Al museo Leone Paola Bernascone ha esposto il suo studio sul cibo come elemento identitario nelle migrazioni transatlantiche a cavallo tra due secoli

E’ uno spaccato della nostra storia quello a cui ha attinto la Presidente Paola Bernascone Cappi, presidente dell’Università Popolare di Vercelli, per contestualizzare il fenomeno migratorio, che oggi –come ieri- torna alla ribalta della cronaca nel raccontare il moto perpetuo di masse di uomini “in cerca di futuro”. Nella sala conferenze del Museo Leone di Via Verdi 30, sabato pomeriggio, la professoressa Bernascone –che con la sua Accademia Culturale ha voluto essere partner della “Rete” nell’organizzazione  di un evento unico dedicato alle migrazioni – ha esposto la sua ricerca sulla scia dei Transatlantici che, soppiantate le imbarcazioni a vela, dal seconda metà del XIX secolo fino alla prima metà del XX secolo, conducevano milioni di italiani lungo la rotta atlantica delle Americhe. Graditi ospiti, in rappresentanza del comune, l’assessore al Patrimonio Culturale e Artistico della città di Vercelli,  Daniela Mortara, il vicesindaco Paola Montano e il sindaco di Pertengo Anna Talpo. Supportata da una presentazione di fotografie e ritagli di giornale d’epoca, la relatrice  si è soffermata su dettagli inediti di un fenomeno complesso. “I futuri migranti, a migliaia, venivano imbarcati come bestie su piroscafi in partenza dai porti di Genova, Napoli, Palermo e Messina; viaggiatori di terza classe il cui  posto d’onore non era certo nelle confortanti cabine di prima e seconda, bensì nelle stive, in cuccette costituite da file di materassi senza coperte, in locali mal aerati, dove l’afrore di persone si mescolava a quello del cibo distribuito durante il rancio”.

Il distacco dai legami familiari che infondevano sicurezza e radicamento diventava ancora più sofferto a bordo di queste “navi di Lazzaro”, dove non c’erano diritti riconosciuti, le malattie contagiose erano un’eventualità e le diete a bordo -con menu a base di carne anche due volto al giorno – stonavano con le abitudini alimentari povere di chi si nutriva unicamente di verdure e patate. Ma –e questo è il paradosso emerso dalla ricerca della studiosa vercellese- anche le compagnie marittime si  contendevano i viaggiatori e uno dei modi migliori per aumentarne il numero era millantare l’abbondanza di cibo durante le traversate in mare. La valigia del migrante era un fagotto ovvero una straccio o un foulard in cui veniva riposto l’essenziale; le donne invece indossavano anche più capi sovrapposti per sottrarre piccoli gioielli di famiglia dalle usurpazioni a bordo. “La spinta a migrare era chiaramente economica: si lasciava la terra natia, arida in quanto a generosità, per una meta sognata ma sconosciuta. Il momento dell’approdo, superate le visite mediche di rito e il rischio di respingimenti, dettava l’inizio di un nuovo cammino: la difficoltà della lingua, l’inserimento in reti sociali sempre ostili all’accoglienza di chi è diverso segnavano un percorso in salita”.

Molto più facile affidarsi all’esperienza dei conterranei che, magari insediatisi anni addietro, potevano offrire riferimenti sicuri per la ricerca di un lavoro e di un posto in cui dormire. Ed è in questo frangente di iniziale spaesamento che dopo essersi accontentati di zuppe a base di carne di pappagallo e scimmie, il cibo diventa un elemento culturale di identificazione, l’unica  fonte di sensazioni positive per chi ha reciso i legami affettivi. Dopotutto il lavoro nelle Americhe abbonda, anche se è facile immaginarlo i mestieri disponibili per chi è “straniero” sono tutti quelli scarto dei residenti. I pastifici – in Italia ancora alla stregua di piccoli laboratori, docet il caso Buitoni- qui hanno una concezione industriale con anche 5000 operai al seguito. E’ dunque una inevitabile conseguenza che prodotti in Italia proibitivi per prezzi, come pasta secca e carne, oltreoceano diventano le pietanze che abbondano in tavola soprattutto nei giorni di riposo. Così con stupore si scopre che i cibi normalmente associati all’Italia, si pensi alla pastasciutta, non sono il frutto di una omogeneizzazione di diete in patria, bensì il piacevole risultato di un’elaborazione culturale post migratoria con cui gli ex conterranei sperimentano in terra nuova la gastronomia italica in tutte le sue varianti.