Gianluca_MercadanteGianluca Mercadante: «La gente vuole divertirsi, non si dice così? Bene, a quanto pare forse non sa che può farlo con un libro»
Il club di lettura 451, in un rituale che l’Università Popolare di Vercelli ha fatto proprio ormai 5 anni fa, nasce per riavvicinare i vercellesi alla lettura. Lo fa nel modo più classico e consono all’oggetto di analisi: l’aula dove non esistono maestri e discenti ma, ognuno è pari al suo prossimo. Qui la tavola rotonda favorisce riflessioni e dunque riaccendere quei meccanismi che sono alla base della condivisione e della discussione, senza la mediazione dello schermo a led di un cellulare. Il libro, come vorrebbe l’ars ermeneutica, innesco lo scambio tra i partecipanti al simposio. Gli sguardi di incrociano, le emozioni traspirano anche attraverso le movenze del corpo. Ne emergono letture impreviste, discordanti che riabituano le meningi a riappropriarsi delle parole scritte su carta da chi, forse prima di noi (nella vita non si sa mai) si è impegnato per lasciare un qualunque traccia ai posteri. Dopo nomi altisonanti del panorama narrativo vercllese, da Franco Ricciardiello ad Alberto Odone, passando per Fabio Ponzana che dal 2013 si sono avvicendati per condurre questo gioco, il club rivolto ai divoratori di libri arruola Gianluca Mercadante, più giovane di coloro che lo hanno preceuto nello stesso ruolo e per questo pronto a mostrarci un approccio alla lettura meno formale, e ad affidarci un messaggio eversivo: la lettura può essere anche divertente.

Partirei proprio dalla tua professione per far emergere la tua propensione alla scrittura, anche se ti formi come “Edward mani di forbice”.
Quando il parrucchiere si scopre scrittore? Nella tua vita come concili queste due passioni agli antipodi?
Sono due passioni che agli antipodi sembrano solo in superficie, quando invece si tratta in entrambi i casi di lavori artigianali. Fatti di regole, sì, ma fondamentalmente rubati con gli occhi. Alla stessa maniera con cui ogni parrucchiere ruba ad altri parrucchieri i trucchi del mestiere osservandone il lavoro, ogni scrittore impara qualche nuova tecnica o soluzione narrativa dai libri che legge. Per la lettura ho provato una propensione del tutto innata, pur non provenendo da una famiglia di lettori ho sempre amato moltissimo leggere, scrivere credo sia stata una conseguenza di questo. Ho cominciato a farlo fin da piccolo, scrivendo e disegnando i fumetti che per ragioni economiche i miei genitori non potevano comprarmi quando volevo – e io lo volevo in continuazione. Dev’essere partito tutto da lì, poi le cose o si evolvono o implodono, è una regola fissa. Semmai, è lo scrittore ad essersi scoperto parrucchiere, complice l’estate alla fine della terza media e la voglia di avere qualche soldino in tasca per i vizi. E i fumetti, naturalmente. Ho iniziato aiutando mia madre (sono un figlio d’arte, in questo senso), in seguito mi sono formato in accademia, a Milano, e sto ancora aspettando che quella famosa estate finisca. Non ho tutta questa fretta che arrivi l’autunno, però.

Immaginiamo di tornare indietro di un po’ di anni. Per essere un bravo scrittore devi essere un motivato lettore. Il Gianluca imberbe era un divoratore di libri? Che generi lo appasionavano?
Sono bulimico, è un termine che per quanto concerne il mio rapporto con la lettura preferisco al dichiararmi onnivoro. Quando scopro autori che ancora non conosco, e mi piacciono, divento un bambino al luna park. Amo il grottesco, che è un gusto e non un genere, e devo molto al noir, che adoro e che anni fa mi ha permesso di esordire accanto a nomi già blasonati quali Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Andrea G. Pinketts. Li avevo tutti nella mia libreria, condividere le pagine di antologie nelle quali c’erano i loro racconti è stato qualcosa che ricordo come il mio personale “tempo delle mele”. Poi sono arrivate le responsabilità e i primi libri interamente firmati da me. Da quel momento in avanti la faccenda è un po’ cambiata. La consapevolezza di essere letto e discusso cancella gli entusiasmi del giovin talentuoso di belle speranze. Con la scrittura ci si gioca, non ci si scherza.

L’Università Popolare di Vercelli, da anni, cerca di risollevare Vercelli dal torpore culturale in cui spesso si crogiola per stimolare la sua sete di conoscenza. Finalmente uno scrittore affermato come Gianluca Mercadante entra a far parte dell’accademia vercellese. Come mai hai accettato l’invito di Paola Bernascone?
Considero l’UniPop una casa. Sono stato spesso ospite del corso di scrittura creativa tenuto dagli ottimi Alberto Odone e Franco Ricciardiello – e ho anche frequentato da iscritto un bellissimo corso di fotografia a cura del fotografo Marco Barnabino – e quando mi è stato proposto di gestire un gruppo di lettura non ho avuto dubbi nel dire sì. Casa è casa, che diamine.

Di sicuro, scorrendo la tua bibliografia, emerge il tratto volutamente ironico dei tuoi scritti. E credo, non a caso, il club di scrittura 451 dell’Università Popolare di Vercelli eredita questo atteggiamento mai troppo serioso. Quando decidi di scrivere da cosa ti fai motivare? E’ un mero esercizio stilistico oppure te ne servi per raccontare te stesso e le tue esperienze di vita di scrittore appassionato?
Ho dovuto necessariamente scrivere almeno un testo autobiografico, “Caro scrittore in erba”, pubblicato da Las Vegas nel 2013, per poter dire a chi si cimenta con la scrittura di un libro che non si tratta esattamente di una passeggiata di salute – e solo traendo spunto dalle mie esperienze personali avrei potuto testimoniarlo, come ha fatto nello stesso periodo Giuseppe Culicchia. Cambio genere a seconda della storia che voglio raccontare, non penso di appartenere a un filone, né desidero esservi inquadrato. Quanto alla motivazione, il mio maestro e mentore, Sebastiano Vassalli, era stato chiaro, anzi: non lo era stato per niente. Mi aveva detto che la motivazione salterà fuori, presto o tardi, ma perché sia quella reale ci vorrà tempo per capirlo. Al momento, mi piace pensare di aver conservato un po’ dell’ingenuità di quel bambino che faceva i fumetti per potersi raccontare delle storie, anche se la vita mi ha nel frattempo insegnato a farlo un pochino meglio di lui.

Il Club di Lettura nato per favorire la discussione dei libri proposti dall’insegnante in aula, oggi vede una rottura rispetto al passato. Mi spiego meglio. Quest’anno i titoli in scaletta da “Grazie, Jeeves”, “Bar sport”, “Il lamento del prepuzio” a “Piccoli suicidi fra amici” e “Affari di famiglia” strapperanno qualche sorriso oltre che interessanti riflessioni ai partecipanti. Qual è il proposito che ti sei posto?
Se si vuol promuovere la lettura bisogna far capire che leggere è anche divertente. La gente vuole divertirsi, non si dice così? Bene, a quanto pare forse non sa che può farlo con un libro. Noi proviamo a dirglielo, questo è quanto. Nessuno obbliga nessun altro a staccarsi dal cellulare ed esprimersi con le parole e non coi più comodi emoticon, in fin dei conti i geroglifici non si usano dalla preistoria. Tutto torna.

Soffermiamoci poi sulla frase di lancio del club “Morire dal leggere”, perché?Di solito si dice morire dal ridere, qui dunque si farà indigestione di narrativa?
È un semplice gioco tra il proverbio, che rimanda alla risata, e il leggere, che è il fine dell’iniziativa. Morire dal ridere te lo ricordi, è un modo di dire diffuso che tutti usiamo. Morire dal leggere è un modo di sollecitare una reazione al riguardo, facendo leva su qualcosa di conosciuto (il proverbio) perché riveli qualcosa di sconosciuto, evidentemente (la lettura). Sono i principi alla base degli slogan pubblicitari che vediamo ovunque. Sembra funzionino, li usano pure i politici.

Il tuo nome a Vercelli è indissolubilmente collegato con lo “Scambialibri”, manifestazione che si può replicare e ingrandire perché si appoggia sulla generosità di chi si libera dei suoi volumi per procurarsene altri. Lo scambialibri pressuppone dunque amore per la lettura e condivisione. Ma in una società ipertecnologica che riduce i contatti a post infarciti di emoticons che sopravvivenza potra avere? Dovrà ripensarsi? Rivedere alcuni suoi ingranaggi?
È troppo presto per tirare le somme, il periodo che stiamo attraversando è tuttora in atto. Le analisi vengono tratte per loro natura a posteriori. Di certo viviamo in un Paese in cui il libro rappresenta il prodotto meno venduto in assoluto. Probabilmente vendono di più i fiammiferi. Ecco, direi che da basi del genere qualunque tentativo può essere teso solo a risalire. Altrimenti tanto vale provarci.

E infine, richiesta che facciamo a tutti i titolari di cattedre: rivolgiti ai tuoi iscritti perché dovrebbero scegliere il club di Lettura?
Perché uscire di casa per parlare di libri è sempre una buona ragione.