Nella sterminata discografia del personaggio – pianista, compositore, band leader, talent scout – che forse più di ogni altro oggi rappresenta il jazz tout court, risulta difficile segnalare un solo brano o un unico disco: infatti dagli anni Venti ancor prima del Cotton Club fino ai trionfi europei dei favolosi Sessanta del XX secolo il ‘ Duca’ attraversa l’intero mondo jazzistico, nell’immaginario sia privato sia collettivo, seguendo soprattutto il filo del discorso della cultura afroamericana. Occorre quindi ascoltare attentamente il periodo ellingtoniano iniziale per l’esemplarità dei vari stadi della propria carriera, che in fondo sono già mirabilmente compresi in un capolavoro assoluto come Mood Indigo (1930). Questa canzone intimista, in cui prevale il sound d’orchestra possiede un contenuto socio-musicale risalente alla stagione dei grandi classici ellingtoniani, musiche dal respiro dotto, ma profondamente radicate nel blues, con un’ulteriore spinta originale verso il nascente swing. Sono con Duke, tra gli altri, Bubber Miley, Harry Carney, Cootie Williams, Barney Bigard, Johnny Hodges, Juan Tizol, Joe Nanton. Dice il clarinettista Barney Bigard, autore con Ellington e Irving Miles di Mood Indigo: “Quando io o Johnny Hodges facevamo un assolo, lui ascoltava, e se si suonava un passaggio che gli piacesse, lo notava e componeva un motivo a partire da lì”.